Quaderno Newyorkese

Questo รจ un blog temporaneo, di passaggio tra una cosa e l'altra, contenitore di pensieri sparsi, destinato a durare solamente i tre mesi del mio soggiorno a New York, da qui fino al prossimo luglio.

Permalink   (scritto sul volo New York - Roma)
  Avrei dovuto capirlo. I segni erano stati discreti, ma sufficientemente chiari. 
  Quando qualcuno sul traghetto mi aveva bussato sulla spalla per darmi una fibbia di plastica nera caduta dalla cinta del mio zaino. O quando il giorno dopo si era rotta la chiusura della tasca davanti. Il mio zaino perdeva pezzi.
  Le mie scarpe rosse intanto avevano mosso i loro ultimi passi annegando sotto una pioggia inclemente nel Lower East Side; le mie scarpe marroni avevano oramai le suole a brandelli. 
  Il mio telefono aveva smesso d’inviare messaggi e io avevo cominciato a vedere nei volti delle mie conoscenze a New York i tratti di una certa mia cugina di parte di madre o di una mia tale amica romana. 
  E mi ero ritrovata sempre più spesso in posti in cui ero stata durante i miei primi giorni in città.
  Avrei dovuto capirlo. New York era finita e i segni erano chiari. Invece ho fatto passare i giorni ignorando il calendario, l’ho lasciato scorrere, senza fretta ma inesorabile, scandito dalla lista delle cose da fare e posti da visitare prima di partire. 
 Fare una passeggiata ad Harlem, checked; vedere South Street Seaport, checked; parlare con tale giornalista o bere un bicchiere in tale e tale bar, checked. Affittare delle bici e pedalare in giro per Governors Island, unchecked; vestirsi eleganti con un tocco anni ’20 e andare ad un concerto jazz in un bar in un sottoscala, unchecked.
  Avanzi che restano di un pasto non finito, quello di una grande mela di cui non si arriva mai al torsolo. Ora New York evapora nell’aria condizionata di una cabina d’aereo troppo fredda, mentre volo verso la cara vecchia Europa.
 È stata una città accogliente e aperta, che senza esitazioni ha permesso anche a me, come a tanti altri – asiatici, africani, europei, nordamericani e sudamericani – di diventare una newyorker, seppure solo per qualche mese.

  Questo è l’ultimo post di questo blog.
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Permalink Nella mia mentalità europea, e più precisamente italiana, una religione a livello locale s’incarna in una chiesa o qualsiasi altro edificio di una certa dimensione – quella a cui ci ha abituato la chiesa cattolica – ben segnalato dalla torre e dalle campane, visivamente e sonoramente, più o meno al centro geografico della città, cittadina, quartiere o paese che sia.
Sarà per questo, forse, che fino all’altro giorno non mi ero accorta dell’esistenza della comunità del vescovo Carlos Perez, appena due porte prima della lavanderia a gettoni dove vado sempre. Ma i fedeli del vescovo Perez sanno farsi notare quando vogliono e la domenica è ovviamente il loro giorno prediletto.
Era domenica l’altro giorno appunto e me ne andavo col mio sacco pieno di panni sporchi verso la lavanderia, quando la voce tuonante del vescovo Perez ha percosso i miei timpani. “La mano de Dios estaba sopra él,” diceva e ripeteva, echeggiata dai fedeli.
Ho rallentato passando davanti all’entrata del posto in cui la cerimonia si stava svolgendo: è una stanza a piano terra, con spazio sufficiente per circa 25 persone direi a occhio e croce, una porta trasparente e una grande finestra che dà sulla strada.

Questo è tutto quello che ho potuto vedere. Il resto era coperto dalle braccia sollevate dei fedeli esultanti e da un poster A4 con scritto “Vescovo Carlos Perez” sotto una croce dorata su un fondo di un azzurro celestiale.
Permalink Il mondo visto dall’ONU.
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Permalink “Abogado de inmigración, deportación y casos criminales”, urla una donna magra e con pochi denti in bocca sventolando ai passanti dei volantini pubblicitari di uno studio legale, mentre esco da un fast food di empanadas all’angolo della strada, dopo aver intervistato degli uomini e donne bengalesi senza documenti che lavorano nei negozi circostanti.
Anche questa è New York.
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Permalink Times Square è di certo un posto interessante, ma non potrei dire che mi piace, piuttosto il contrario.
La prima domanda che viene da farsi a Times Square è: chi ha avuto la strana idea di mettere così tanti cartelli luminosi in un solo posto? La seconda è: che ci fa quel tizio nudo in mezzo ai cartelli luminosi? (sì, c’è un tizio vestito solo con una sorta di mutandina con la bandiera americana, che suona una chitarra finta in mezzo alla strada e si fa le foto con i turisti).
Poi si viene distratti da una papera gialla con dentro una persona che distribuisce volantini ai passanti, da una bottiglia di Coca-Cola gigante appesa come una spada di Damocle sopra la testa e dal profumo proveniente dal carretto degli hot dog. E si dimenticano le domande.
Ecco perché non si è mai saputo chi abbia deciso di ammassare cosi tante luci in una sola strada. 
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Permalink - il buono, il brutto e il cattivo -
La tipica immagine del tizio losco nella mente della gente, quello che speri di non incontrare per strada quando torni a casa la sera da sola, quello che magari ti fa cambiare marciapiede se ti capita di trovartelo sul tuo, il tipo a vista poco raccomandabile insomma è di norma uno medio giovane, alto il doppio di te, muscoloso e minaccioso, dalla pelle pluri-tatuata, numerose catene e catenine al collo, magari un cappuccio a nascondere parte del viso, lo stile aggressivo e l’andatura di uno sicuro di sé.
Il problema è che qui a New York troppe persone sembrano rientrare in un modo o nell’altro in questa categoria. Ergo, mi dico, non possono essere tutti tipi poco raccomandabili. Ennesima conferma dell’abito che non fa il monaco.
Permalink Miyazaki è passato di qui.
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Permalink “Perché dovrei dire che vado alla restroom quando vado in bagno?” dice il mio collega inglese, “I don’t go there to rest”. 
Innegabile, direi io. 
Una lingua, due stili così diversi, americano e britannico, anche quando si tratta di andare in bagno. 
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